Streghe, violoncello e la memoria viva venerdì a Città Studi

Premio Cai Biella. Protagonista la montagna raccontata dalla vincitrice Katia Tenti. E il rischio che il folk sia svenduto sull’altare di un turismo di massa

Non una cerimonia. Non una passerella. Ma un piccolo teatro civile, dove la memoria diventa materia del presente. Venerdì, alle 21, all’auditorium di Città Studi a Biella, la premiazione della Sezione montagna del Premio Biella letteratura e industria – Premio Cai Biella 2025 si trasforma in una serata di parole e musica che chiede di ascoltare davvero.

Al centro c’è Katia Tenti, vincitrice con il romanzo “E ti chiameranno strega” (Neri Pozza), già vincitore del Premio Itas Città di Trento. Accanto a lei, a dare corpo sonoro ed emotivo alle parole, il violoncello e la voce di Simona Colonna, musicista e cantastorie capace di trasformare la tradizione in presenza viva.

Le pagine di Tenti prenderanno voce grazie all’interpretazione di Manuela Tamietti (Storie di piazza), mentre Colonna costruirà trame musicali che “accompagnano” ma raccontano: boschi scuri, stanze di tribunale, silenzi e resistenze. E poi, come seconda parte della serata, una tavola rotonda per allargare lo sguardo dal romanzo al presente, dal leggendario all’immaginario contemporaneo, fino alle terre alte di oggi: identità, stereotipi, turismo, memoria.


Katia Tenti: “Non erano favole. Erano donne vere”

Il romanzo di Katia Tenti nasce da un’urgenza precisa: togliere la parola “strega” dalla vetrina del folk e riportarla là dove fa male. Nei registri dei tribunali. Nelle celle. Nei corpi femminili trasformati in colpevoli per definizione.

La vicenda delle streghe dello Sciliar (montagna simbolo dell’Alto Adige), Cinquecento, è reale e documentata. E ciò che colpisce nel lavoro di Tenti è il rigore con cui scava dentro i meccanismi dei processi: non solo superstizione, ma un sistema giudiziario, un potere che decide chi è conforme e chi è deviante, chi può restare e chi deve essere espulso.

Ma il romanzo non si ferma alla ricostruzione storica. Fa un salto e ci porta nel presente, attraverso una giovane antropologa incaricata di curare una mostra su quei processi. E qui la storia compie una torsione potente: la studiosa, scoprendosi incinta e scegliendo di abortire, attraversa a sua volta un percorso fatto di giudizi, sguardi, interrogativi non richiesti. I corridoi dei consultori diventano, simbolicamente, nuove stanze d’interrogatorio.

Non è un parallelismo forzato. È una domanda lanciata al lettore: quanto è davvero cambiato il modo in cui la società giudica il corpo e la libertà delle donne? La montagna, in questo racconto, non è cartolina. È luogo di comunità. Di protezione e insieme di esclusione. Spazio che conserva la memoria e, talvolta, la tradisce.

Ed è proprio per questo che il Premio Cai Biella trova qui una risonanza naturale: perché la Sezione montagna non cerca libri che parlino semplicemente di montagne, ma opere capaci di interrogare il rapporto profondo tra territorio, cultura, identità e futuro delle terre alte.


Simona Colonna: “La musica colora, ma può anche denunciare”

Accanto alla parola scritta, la musica di Simona Colonna non sarà un semplice accompagnamento. Sarà un’altra voce narrativa. Colonna arriva da un percorso classico rigoroso: conservatorio, orchestra, repertorio colto. Ma a un certo punto decide di mettere insieme tutto ciò che è violoncello, cantastorie, teatro musicale, canto folk, scrittura in lingua piemontese, racconto sonoro.


“La bergera”: poche note, un mondo intero

C’è poi un canto che, in questa serata, diventa quasi una seconda chiave di lettura del romanzo di Tenti. È “La bergera”, canto della tradizione piemontese che nelle mani di Colonna diventa teatro puro. È la storia di una giovane donna, di una scelta, di un destino che non vuole essere deciso da altri. Poche parole, una melodia essenziale, eppure quando Colonna la canta sembra aprirsi un quadro: una valle, un prato alto, una ragazza che afferma la propria identità senza proclami.

Ed è qui che il dialogo con “E ti chiameranno strega” diventa sorprendentemente naturale. Anche nel romanzo di Tenti ci sono donne a cui viene negata la possibilità di scegliere. Donne giudicate, condannate, silenziate. “La bergera”, invece, è una donna che dice: resto, e decido per me. Senza retorica. Con la forza semplice di una voce che afferma la propria libertà.

In quella melodia antica, suonata oggi, c’è dunque una risposta simbolica alle storie di persecuzione: la voce femminile che torna protagonista, che non viene più zittita, che attraversa il tempo.


Chisciotte e Dulcinea quando il violoncello diventa personaggio

Con Simona Colonna, il discorso spesso smette di essere intervista e diventa racconto. Il suo violoncello ha un nome: Chisciotte. “Lei, naturalmente, è Dulcinea. Non è un gioco. È una dichiarazione d’identità artistica. Fare musica mescolando classica e folk, lingua minoritaria e narrazione civile, è un atto cavalleresco. Non segue le strade facili. Non obbedisce alle mode. Combatte i suoi mulini a vento: i pregiudizi su cosa si dovrebbe suonare, cantare, ascoltare”.

Insieme costruiscono paesaggi interiori. Il violoncello diventa corpo scenico. Compagno. Voce parallela. Respiro che sostiene il racconto.


Dalla scena alla domanda collettiva

Dopo letture e musica, la serata si aprirà al confronto con una tavola rotonda dal titolo: “Miti e leggende come suggestionano l’immaginario contemporaneo e condizionano il turismo delle terre alte”.

Un tema che nasce direttamente dal romanzo di Katia Tenti, ma che guarda al presente: cosa accade quando le storie delle comunità diventano narrazione esterna, attrazione, consumo? Come si protegge l’identità senza chiudersi? Come si valorizza un territorio senza trasformarlo in scenografia?

A discuterne saranno Anni… Bals… (antropologa studiosa delle culture alpine), Daniela Berta, direttrice del Museo nazionale della montagna, e Mauro Vinette, vicesindaco di Miagliano, paese delle streghe.